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	<title>Prospettiva4 &#187; appunti ai margini</title>
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	<description>Sullo stato delle cose e del mondo</description>
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		<title>Giorgio Barberio Corsetti</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 10:53:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
				<category><![CDATA[appunti ai margini]]></category>

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		<description><![CDATA[<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/IlCastello_4_Lomo_fi-485x272.jpg" alt="" width="485" height="272" />In aeroporto aspetto un aereo per Parigi dove comincerò all&#8217;Odeon le prove di Gertrude di Barker. Sono seduto ...<a href="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/?p=7161" class="read-more">Continue Reading</a>]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/IlCastello_4_Lomo_fi-485x272.jpg" alt="" width="485" height="272" />			<content:encoded><![CDATA[<p>In aeroporto aspetto un aereo per Parigi dove comincerò all&#8217;Odeon le prove di Gertrude di Barker.<br />
Sono seduto sulla solita scomoda poltrona di ferro e commento al telefono le ultime tristi notizie nazionali con un&#8217;amica.<br />
Un vecchio arcigno e ben vestito accanto a me comincia ad urlare:<br />
“ Se non le piacciono come vanno le cose se ne vada, non abbiamo bisogno di lei qui in Italia, se ne vada!”<br />
Io, sorpreso, obietto con calma che stavo facendo un telefonata privata e quel che dicevo non lo riguardava. Mi risponde urlando che è un deputato e che se non l&#8217;avessi piantata avrebbe chiamato la polizia&#8230;<br />
E&#8217; un mistificatore?<br />
Sta esagerando?<br />
E&#8217; un vecchio pazzo?<br />
Me lo sono immaginato?<br />
E&#8217; un incubo?<br />
Non so&#8230;<br />
Certo è che mai come quella volta l&#8217;arrivo a Parigi ha avuto il sapore di un esilio.</p>
<p><em>Giorgio Barberio Corsetti</em></p>
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		<title>Simon Will  &#8211; Gob Squad</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 10:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggo: «Sono uno straniero nel mio paese», e i capelli mi si rizzano in testa. L'ultima volta che ho sentito questo commento è stato a Brisbane da un tassista piuttosto sgradevole che ci stava portando all'aeroporto.]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/will-485x329.jpg" alt="" width="485" height="329" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Leggo: «Sono uno straniero nel mio paese», e i capelli mi si rizzano in testa. L&#8217;ultima volta che ho sentito questo commento è stato a Brisbane da un tassista piuttosto sgradevole che ci stava portando all&#8217;aeroporto. Aveva notato il mio accento inglese e mi chiedeva da dove venissi. Spesso essere &#8220;straniero&#8221; con un accento diverso legittima questa domanda, così che in molte occasioni mi diverto a dare risposte ambigue, che confondono la persona che mi interpella &#8230; A volte dico di venire dal Brasile, che chiaramente non è possibile (o forse sì), a volte dico di essere originario del Galles o Lussemburgo, luoghi così fantasticamente piccoli che la gente non ha nessun cliché da ripetere su di loro e così allora si può solo andare avanti a parlare di qualcos&#8217;altro. &#8230; Vedete, io sono davvero uno strano straniero.<br />
Ho girato la questione al tassista e gli ho chiesto da dove venisse. Ha risposto di essere di Sydney, ma ha aggiunto con entusiasmo di essersene dovuto andarsene perché lì c&#8217;erano troppi stranieri. Poi ha dichiarato: «Io sono uno straniero nella mia (natia) patria». Ho ingoiato il rospo &#8230;. questo detto da un australiano! e nemmeno metà della corsa in taxi fatta! Il viaggio è continuato con tutti gli annessi e connessi della retorica razzista. Ho cercato di tenere alto il tono della conversazione dicendogli che avevo vissuto parecchi anni fuori dal Regno Unito e che ci sono ci sono stati molti vantaggi nell’essere uno straniero e nella stranezza in generale &#8230; ma non sono riuscito a fermare la banalità del suo odio. Alla fine del viaggio, una volta pagato, gli ho detto che speravo potesse imparare ad amarsi, cosa che ha causato un momento di confusione nei suoi occhi. Spesso si vede e sente ciò che si VUOLE ascoltare, piuttosto che ciò che è veramente lì, e tutto ciò si adatta in qualche modo a questa storia ed è probabilmente anche un buon posto per concludere.</p>
<p>Simon Will  &#8211; Gob Squad</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Andrew Quick</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 10:26:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
				<category><![CDATA[appunti ai margini]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono uno Straniero nel mio Stesso Paese
Hotel Methuselah è una storia che narra di una crisi di appartenenza. Si tratta di una rappresentazione incentrata su di un uomo che ha perso la memoria, che non appartiene più, letteralmente.]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/qqq-485x229.gif" alt="" width="485" height="229" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono uno straniero nel mio stesso paese<br />
<em style="text-align: justify;">Hotel Methuselah</em> è una storia che narra di una crisi di appartenenza. Si tratta di una rappresentazione incentrata su di un uomo che ha perso la memoria, che non appartiene più, letteralmente. L’azione inoltre ha luogo in un imprecisato paese europeo che si trova nel pieno di una guerra civile, in un paese che non si riconosce più, ed è questa la ragione per cui è diviso. Tali due tematiche hanno dato forma al modo in cui abbiamo realizzato questo spettacolo, ossia ciò che ha creato questa sensazione di perdita di appartenenza e come il problema della responsabilità diventi spigoloso quando la perdita di appartenenza viene percepita sia collettivamente che singolarmente. A pervadere la rappresentazione sono i vari conflitti che in tempi recenti hanno lacerato l’Europa ed alla base delle narrazioni che raccontiamo in quest’opera ci sono storie personali. Per quanto riguarda la mia famiglia, mio nonno si era offerto come volontario per combattere durante la Seconda Guerra Mondiale mentre mia nonna era incinta di mio padre. Non ci sarebbe dovuto andare. Aveva superato da tempo l’età dell’arruolamento. Tuttavia, aveva lasciato sola mia nonna ed era stato catturato a Dunkirk dopo essere stato reclutato nell’esercito solo da poche settimane. Mio padre non aveva più visto il proprio padre per quasi sette anni. Peraltro, una volta tornato a casa, mio nonno aveva detto a mio padre che si sentiva uno straniero nel suo stesso paese, una sensazione spesso provata da coloro che ritornano da un conflitto. Ho sempre desiderato sapere che cosa abbia spinto mio nonno a lasciare sola mia nonna. È stato per spirito di avventura, per sottrarsi alle responsabilità o per il bene, a livello politico, di un’Europa sull’orlo del collasso? Questo spettacolo è, nel suo piccolo, un’esplorazione di tali questioni, raccontata attraverso la strutturazione di una storia diversa ma parallela, una di quelle che, mi auguro, siano in grado di suscitare coinvolgimento in coloro che le guardano.<br />
Ovviamente, essere alienati è una delle condizioni esistenziali insite nell’essere umano. Se questo è il lato negativo, in tale condizione ne sussiste tuttavia uno positivo che dovremmo prendere in considerazione, ossia quanto spesso ci capiti di accogliere lo straniero dandogli il benvenuto. Forse, alla luce del nazionalismo e della onnipresente spinta patriottica nei confronti della quale dovremmo essere sempre diffidenti ed estremamente attenti, lo straniero ci ricorda ciò che significa essere umani, ossia essere aperti e calorosi nel dare il benvenuto a coloro che non conosciamo, nel provare nuove cose e nel trarre sempre maggiori stimoli. E questo ritengo sia uno degli scopi del teatro stesso: sondare l’inconsueto e renderlo sempre nuovo e diverso.</p>
<p style="text-align: justify;">una replica da parte di Andrew Quick (Imitating The Dog, Regno Unito).<br />
<em></em></p>
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		<title>Guy Cassiers</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 10:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
				<category><![CDATA[appunti ai margini]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono giunto al teatro come perfetto estraneo da tale mondo. Ho studiato arti grafiche e non ho mai ricevuto alcuna preparazione specifica per il teatro o per l’arte drammatica.]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/GuyCassiers_BN-485x358.jpg" alt="" width="485" height="358" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono giunto al teatro come perfetto estraneo da tale mondo. Ho studiato arti grafiche e non ho mai ricevuto alcuna preparazione specifica per il teatro o per l’arte drammatica. Quando io ed altri amici avevamo iniziato a tenere delle rappresentazioni all’inizio degli anni ottanta, lo avevamo fatto con i nostri soldi e senza alcun legame con il settore teatrale esistente. Avevamo realizzato proprio solo quello che desideravamo fare, senza alcun riferimento ad altri produttori teatrali. Una delle mie prime rappresentazioni era basata sulla commedia Kaspar di Peter Handke, la storia di un ragazzo costretto ad imparare il linguaggio ed obbligato a parlare. Adesso, trent’anni dopo, sono il direttore artistico della più grande compagnia teatrale delle Fiandre. Ora appartengo all’epicentro del settore teatrale. Persevero, tuttavia, nel cercare di sviluppare la mia visione come perfetto estraneo da questo mondo. Continuo a cercare il Kaspar insito in me stesso, il perfetto estraneo che si rifiuta di parlare col linguaggio degli altri. Tale sforzo costante è, a mio parere, il fulcro della piena genuinità artistica.</p>
<p><em>Guy Cassiers </em></p>
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		<title>Thomas Ostermeier</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 14:06:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<h3>Questi paesaggi mi hanno causato molta sofferenza. Resterò qui finchè ne rimarrà il segno su di me.</h3>]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/ostermeier_BN_luminoso-485x441.jpg" alt="" width="485" height="441" />			<content:encoded><![CDATA[<p>Questi paesaggi mi hanno causato molta sofferenza. Resterò qui finchè ne rimarrà il segno su di me.</p>
<p>Diese landschaft hat mir viele demütigungen zugefügt. Ich werde so lange<br />
bleiben, bis man es ihr  ansieht.<br />
<em><br />
Thomas Ostermeier</em></p>
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		<title>Armando Punzo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 14:01:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Straniero. Come si potrebbe non essere stranieri nella patria dell’esclusione, della conservazione selvaggia? completamente svuotati da qualsivoglia domanda su altre possibili forme della propria esistenza e convivenza, la maggioranza degli italiani cerca affannosamente di accaparrarsi le ultime briciole al banchetto preparato per loro. ]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/PunzoArmando_fotoBN-485x324.jpg" alt="" width="485" height="324" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Straniero. Come si potrebbe non essere stranieri nella patria dell’esclusione, della conservazione selvaggia? completamente svuotati da qualsivoglia domanda su altre possibili forme della propria esistenza e convivenza, la maggioranza degli italiani cerca affannosamente di accaparrarsi le ultime briciole al banchetto preparato per loro. Come tutti quelli che non riescono più a credere che si possa trasformare qualcosa dentro e fuori di sé, vivono la loro illusione fino in fondo e per questo fanno paura. L’idea di civiltà che li ha generati è sepolta e dimenticata e loro continuano a recitare meccanicamente la parte degli onnipotenti e dei vincenti. A volte dispiace un po’, ma quando pensi a chi dovresti assomigliare, cosa dovresti pensare pur di essere partecipe, cosa dovresti fare e a quali orrori collaborare, preferisci essere escluso e vivere da straniero insieme a tanti altri stranieri nel mondo e nelle idee che costruiscono sulle rovine degli altri possibilità diverse che comprendono anche  loro.</p>
<p>Armando Punzo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pathosformel</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 13:49:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Essere stranieri in patria può significare sentirsi d’improvviso sprovvisti di una lingua data che ci accomuni alle persone di fronte a noi, essere consegnati all’incomprensione. Eppure, if poetry is what is lost in translation,]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/pathosf.gif" alt="" width="445" height="296" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Essere stranieri in patria può significare sentirsi d’improvviso sprovvisti di una lingua data che ci accomuni alle persone di fronte a noi, essere consegnati all’incomprensione. Eppure<em>, if poetry is what is lost in translation</em>,  esiste forse anche un tipo di poesia, che nasce proprio dallo scarto di quest’apparente incomprensione. Trovarsi di fronte a una serie di suoni a cui non abbiamo pieno accesso, e che ci rendono d’improvviso capaci &#8211; o forse ci costringono &#8211; ad inventare, più che capire, un senso ultimo contenuto nelle parole altrui questa è la condizione: essere felicemente disarmati di fronte alla lingua dell’altro, entrare d’improvviso nelle prime pieghe accessibili della sua lingua e scoprire un mondo nuovo fatto di regole proprie. E questo forse non è solo un esercizio poetico, ma la base della nostra convivenza civile.</p>
<p><em>Pathosformel</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Portage</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:47:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Poche considerazioni
Sfatiamo un mito. Essere stranieri in patria è una condizione positiva dell’esistere. Non si tratta di considerazioni su un merito paziente che non trovando chi gli faccia smettere di attendere segue flussi migratori perché in fondo la pazienza non è proprio la dote più attraente, non si tratta neppure di disquisire su Mameli...]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/portage_BN_luminoso-485x323.jpg" alt="" width="485" height="323" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Poche considerazioni<br />
Sfatiamo un mito. Essere stranieri in patria è una condizione positiva dell’esistere. Non si tratta di considerazioni su un merito paziente che non trovando chi gli faccia smettere di attendere segue flussi migratori perché in fondo la pazienza non è proprio la dote più attraente, non si tratta neppure di disquisire su Mameli o su integralismi che per natura schifano le sfumature possibiliste dei grigi, forse per gran parte delle persone c’è solo una fastidiosa idea di inevitabile sconfitta declinata in due varianti, stessa medaglia a doppia faccia reversibile: dagli allo straniero / non dagli allo straniero perché qui tanto la patria non è mia, non sono fra quei pochi. Dunque di che si tratta allora? Per nostra natura siamo portati a dar per assodata la condizione di cittadino del mondo e a considerare quindi il problema come riguardante ogni essere umano di qualsiasi tempo, ed ora l’aspetto positivo dell’essere stranieri in patria con le parole dell’amato Derrida: «lo straniero è colui che pone la prima domanda , o colui al quale si rivolge la prima domanda» perciò se lo straniero sono io, come essere umano, e mi pongo la prima domanda mi metto in questione e da tempo sosteniamo che la crisi (=cambiamento) è una condizione di esistenza se non positiva almeno promettente. Il tema dello straniero è l’emblema di una interrogazione che ogni società rivolge a se stessa «come se lo straniero fosse la questione stessa dell’essere in questione». Ed ora che ci sentiamo pacificati e speranzosi in questa condizione positiva di stranieri in patria vorremmo ragionare sui rapporti fra l’individuo e la folla e fra la folla e il potere, fra l’affermazione del singolo che forse dall’altro impara come il combattivo scimpanzé cesare che in uno dei sequel di Planet of the Apes capisce che la paura dell’altro, dell’ uomo, arriva dal solo fatto di riconoscersi in lui come diverso, come straniero, come parte sconosciuta di sé, come volontà di autodeterminazione, volontà di essere individuo riconoscibile fra la folla forse individuo ancora non così ben confezionato. Amanti delle citazioni, specie quando paiono create apposta e comunque per smorzare questo tono ottimistico che impone la certezza di positività dell’essere straniero in patria come spinta motrice, chiuderemmo con grida di odio: «&#8230;e anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida d’odio». (Albert Camus, Lo straniero)<br />
<em> Portage</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Antonio Latella</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Cerco una stanza per parte della notte, perché non trovo più la mia». (Bernard-Marie Koltès)
Straniero in patria: provo a mettere insieme questi due concetti evidentemente inconciliabili, ma non ci riesco.]]></description>
	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/AntonioLatella2_BN1-485x490.jpg" alt="" width="485" height="490" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Cerco una stanza per parte della notte, perché non trovo più la mia». (Bernard-Marie Koltès)<br />
Straniero in patria: provo a mettere insieme questi due concetti evidentemente inconciliabili, ma non ci riesco. Il loro accostamento è un paradosso, un errore, una possibilità altra che sgretola il senso delle singole parole. Come si può essere straniero in patria? È come dire che la propria patria ci è estranea. È come affermare di essere stranieri a se stessi. È qualcosa di indicibile, che tuttavia esiste, c’è. Penso al monologo di Koltès e a quante volte le parole “straniero” o “estraneo” vengono pronunciate: tante, troppe, come una pioggia incessante. Eppure il loro significato è chiaro, esplicito, scritto e detto per quello che è, Nella sua feroce evidenza. “Straniero in Patria” è un ossimoro, un’espressione Nata per giustificare un’assenza, un malessere. È una questione che riguarda l’identità, “quel pezzetto di carta Plastificato chiamato carta di identità”. La Nostra identità si costruisce attraverso lettere, numeri e codici che hanno una data di scadenza.<br />
Giunti a quel termine cosa ci accade? Quando l’ora fatidica scatta non è solo il documento a scadere ma anche noi. Quel pezzo di carta segna la nostra fine, fino al successivo rinnovo è come se non esistessimo. Questo ci accade nella nostra patria, ma ancora di più quando viviamo in un paese straniero, in attesa di un’adozione sempre e comunque dolorosa. Dolorosa perché bisogna provare agli altri il proprio diritto ad esistere, spingendoci a dimostrare a noi stessi il nostro diritto alla vita. Solo con quel pezzetto di carta la nostra esistenza è perfetta, non mutilata. Solo con quel documento a scadenza decennale siamo delle persone o meglio simboli di persone, con il proprio diritto a crescere, esistere, procreare, morire. E lavorare. «[…] ti fanno sloggiare a calci in culo, il lavoro è laggiù, e poi ancora laggiù, sempre più lontano. […] Se vuoi lavorare, sloggia. […] il lavoro sta sempre da qualche altra parte e non potrai mai dire: sono a casa mia […]. Ogni volta che me ne vado da un posto, ho sempre l’impressione che fosse casa mia più di quanto potrà esserlo quello in cui vado, e quando ti pigliano a calci in culo un’altra volta e te Ne vai di Nuovo, Nel posto in cui vai sarai ancora più estraneo, sempre meno a casa tua». Afferma Koltès.<br />
Lavoriamo, produciamo, quindi esistiamo. Ma il lavoro è altrove, bisogna cercarlo da un’altra parte. Siamo sempre costretti a partire. Quando non siamo d’accordo, quando cerchiamo di innescare un meccanismo di rottura per trovare nuove vie, quando cerchiamo di rompere l’identità di un luogo per ricrearne una Nuova ed essere Noi stessi luogo senza subirlo… è allora che chi ti ha voluto fino a quel momento, ti allontana, facendoti sentire uno straniero in patria. Dietro di te c’è il deserto, davanti una Nuova solitudine. Ma «la solitudine del diverso, dello straniero» (come dice Koltès) può avere anche una valenza positiva, almeno per me, che forse ho sempre rincorso la naturale condizione di “essere straniero”. Deve averla. È in questa condizione che si può trovare un Nuovo modo di stare nelle cose di tutti i giorni, soprattutto quando si ha il coraggio di sradicarsi al punto di diventare stranieri non solo agli altri, ma prima di tutto a se stessi. È in questa solitudine che occorre allontanarsi da ciò che consideriamo riconoscibile, o meglio, da ciò che Noi identifichiamo come conoscibile, e confrontarsi con un Nuovo “Noi”: per conoscersi e non per riconoscersi, per trovarsi e non per ritrovarsi. Essere straniero in patria ci permette di sfruttare il fatto di non essere capiti soprattutto da noi stessi per cercare Nuove lingue. E con queste nuove lingue parlare e parlarci come forse non abbiamo mai saputo fare. In definitiva, credo che la possibilità di essere straniero in patria possa essere per molti di noi una condizione rigeneratrice, liberatoria, finanche necessaria per non farci uccidere prima del tempo naturale delle cose.</p>
<p>Antonio Latella</p>
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		<title>Marco Baliani</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 14:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>prospettiva150</dc:creator>
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	<img src="http://prospettiva.teatrostabiletorino.it/wp-content/uploads/2011/09/baliani.gif" alt="" width="381" height="191" />			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I personaggi dei miei spettacoli sono sempre stati dei “non riconciliati”, tutti quelli che ho portato in scena, dall’allevatore di cavalli Michele Kohlhaas fino a quest’ultimo Brigante Carmine Crocco, dal Peer Gynt di Ibsen al Peter Schlemil di Von Chamisso, appartengono tutti a questa categoria esistenziale. La loro estraneità rispetto alla società e al tempo in cui si snoda la loro esistenza deriva da una speciale condizione di irriducibilità alle Norme e alle convenzioni. Sono esseri anti-eroici, non destinati a calcare la grande storia, ma che pure, per la loro coerenza a principi e sentimenti non svendibili, non patteggiabili, di fatto segnano la storia col loro passaggio.<br />
È chiaro che la storia non può che eliminarli, sono tutte figure destinate alla sconfitta, e per questo forse le amo. essi racchiudono in sè l’esemplarità di un conflitto che non può che conflagrare con gli statuti della società intorno. Vivono, questi personaggi, in un perenne stato di disequilibrio, non c’è posto per loro, ma un posto pure lo cercano, lo vorrebbero, aspirano ad una giustizia umana e sociale, a sentirsi, non banditi ed esiliati, ma accolti e compresi. questo non avviene e da qui si genera la loro terribilità. Il Mearseault di Camus è forse il non riconciliato per eccellenza, la sua estraneità è totale, proprio nella sua ingenuità. quando l’ho portato in scena , interpretandolo, immaginato nell’ultima notte prima dell’esecuzione, la scena era una zattera di tavole sconnesse appese a quattro tiranti che la sospendevano da terra, era la mia cella cosparsa di sabbia, su cui mi muovevo in perenne disequilibrio, la tavola ondeggiava, il tavolino e la sedia dondolavano. questa la condizione di colui che si scopre straniero nella sua stessa patria: non ha più la terra ferma sotto i piedi, è sempre in procinto di cadere, di perdersi. «Un uomo che dice sempre la verità» questa è la devianza sociale del personaggio di Camus, e , per questa sua irriducibile essenza, sarà destinato alla ghigliottina, come Kohlhaas al cappio per la sua intransigente fiducia nella giustizia, come Carmine Crocco al carcere per la sua fame di dignità.<br />
Non sono personaggi belli e aureolati, sono esseri pieni di vita, quindi anche oscuri, ambigui, a volte efferati, spesso incapaci di mediazioni necessarie. Mi sono chiesto se la mia adesione a questi personaggi sia anche una identificazione con il loro statuto esistenziale. forse sì, in parte, forse li amo per la carica teatrale che possiedono le loro storie, per i conflitti irrisolvibili di cui sono portatori. Per la loro inquietudine che trasposta in scena inquieta anche gli spettatori. non appartengono questi personaggi al cosiddetto teatro civile, non sono innocenti le cui vicende generano indignazione, no, le loro esistenze inquietano, spaventano, turbano. È questo che chiedo al teatro.</p>
<p><em>Marco Baliani</em></p>
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